La scena, il colore, la luce: l’Incoronazione del Ghirlandaio

Concepita come una spettacolare macchina scenica, di grande impatto comunicativo, avvincente per la luminosità e la ricercatezza cromatica, l’Incoronazione della Vergine di Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio (1449 – 1494), costituisce, insieme all’Annunciazione di Benozzo Gozzoli, il pezzo forte della collezione. Commissionata all’artista fiorentino nel 1486 dal cardinale Berardo Eroli (1409 – 1479), sensibile ai fermenti culturali del proprio tempo, fu voluta espressamente per la chiesa di San Girolamo, detta anche degli “zoccolanti” perché apparteneva ai frati minori osservanti che portavano, appunto, gli zoccoli. Collocata sull’altare maggiore, la tavola divenne subito meta di un pellegrinaggio votivo suscitando insieme nei narnesi una motivata curiosità visiva. Imponente com’era, costituì di fatto un elemento innovativo nel sistema della percezione e della comunicazione locale. Spostata successivamente in fondo all’abside, resterà nella chiesa per quasi quattro secoli finché nel 1871, dopo l’unità d’Italia, con il passaggio per decreto ai comuni degli oggetti d’arte di proprietà ecclesiastica, non venne trasferita nella sede municipale. Qui, nel nuovo contesto, cambiò ovviamente funzione assolvendo un ruolo più marcatamente civile e finendo per essere, come il ponte d’Augusto e la Rocca albornoziana, un emblema cittadino, un bene distintivo appartenente a un forte sentire comune, patrimonio di una storia collettiva. Colma di raffinati passaggi e squisitezze formali, è una delle più alte espressioni di un gusto rinascimentale che ancora oggi ci parla e ci affascina per i colori sfavillanti, la raffinatezza della tecnica, la complessità della composizione. La pala di Narni, come ormai viene da tutti chiamata, è un frammento cruciale per la comprensione della vicenda artistica narnese. I visitatori sono prima intrattenuti in una appositamente predisposta per la visione di un apposito dvd. Successivamente sono condotti al cospetto dell’opera in una stanza oscurata dove, regolando e indirizzando a proprio piacimento la luce, potranno scoprire particolari ed essere come proiettati all’interno della composizione.
Ma guardiamo l’opera da vicino, alla ricerca della sua struttura compositiva, della narrazione del fatto, dei valori, formali e dei significati simbolici, dei tanti eloquenti dettagli.
Netta è, nel dipinto, la divisione fra la sfera divina e quella dei santi piantati più che sospesi su un tappeto compatto di nubi blu. L’atmosfera è rarefatta, immota. Il fondo dorato evoca un universo astratto, senza tempo. Alle spalle del gruppo divino c’è una sorta di esplosione di luce, raggi taglienti come lame emanati dalla sfera a rilevo che viene subito risucchiata dal baldacchino sorretto dagli angeli librati nel cielo e sotto, in pose estatiche e nel fremere di rossi, azzurri, bruni e oro, si evidenzia il consesso dei santi in estatica adorazione.
Centrale nella narrazione pittorica e nella costruzione dell’opera è ovviamente il gesto dell’incoronare. In alto, attorniato da schiere angeliche, Cristo incorona la Vergine sotto un padiglione aureo, sul quale sono ricamate le parole "VENI ELECTA MEA ET PONA[M IN TE THRONUM MEUM]" (Vieni o mia eletta e stabilirò il mio trono su di te).
Colpisce, ai lati della scena, la presenza di quattro trombe diritte, dette buccine. Altri angeli musicanti nobilitano la scena come, a sinistra, i cantori, i suonatori di cimbali, galoubet e tamburi e, a destra, uno con lira da braccio e un altro con il liuto pizzicato a mano.
In asse con la coppia divina, al centro di ventidue santi disposti in circolo, è inginocchiato San Francesco, con le mani giunte in preghiera, su cui sono visibili le stimmate evidenziate dall'oro a foglia. Dopo l'assisiate, la figura che immediatamente richiama lo sguardo dello spettatore è quella di San Girolamo, cui era dedicata la chiesa dove inizialmente era collocata l'opera. Con la fluente barba canuta è in ginocchio a destra, ammantato della porpora cardinalizia. Il cappello rosso, simbolo della dignità ecclesiastica, è in terra, coperto dal mantello giallo oro del santo che lo affianca, Bonaventura da Bagnoregio, con un sontuoso piviale giallo intessuto di cherubini sulle cui spalle l'artista ha ricamato una Vergine nella mandorla.
Alla sua sinistra, ugualmente di spalle, è ritratto Ludovico d'Angiò, dal delicatissimo profilo giovanile, con un manto regale blu decorato con i gigli dorati di Francia e l’immagine di Cristo fanciullo in trono.
Ancora a sinistra, procedendo il giro, incontriamo i santi Pietro e Andrea. Il primo è calvo e con la barba bianca, il secondo, invece, con fluenti chiome, barba scura e il classico mantello apostolico sulla spalla.
Sempre in primo piano, ma tornando sul lato destro, dopo San Girolamo, si riconosce Antonio da Padova, con il fuoco acceso fiammeggiante tra le mani. Vengono poi Lorenzo e Stefano. Quest’ultimo è riconoscibile dai sassi sulla testa, richiamo della lapidazione subita.
Dopo aver esaminato tutti i santi dell'emiciclo esterno, proviamo adesso ad identificare quelli dell'arco interno, di cui, in molti casi, l'artista ha dipinto solo la testa emergente dietro le altre.
Alle spalle di San Francesco, sulla destra, spiccano Sant'Agostino, dalla mitra vescovile gemmata e con il ricco piviale ricamato, e l'anziana madre Monica, con l'abito monacale bianco e nero. Al suo fianco si distingue Giovanni Battista, la cui mano al petto lascia intravedere sotto il mantello rosso la pelle ferina dell'anacoreta.
La donna dai capelli biondi, alla sua destra, dovrebbe essere la Maddalena.
Chiudono l'emiciclo a destra tre figure. Una, con barba e lunghi capelli scuri, forse San Paolo, è rivolta verso Santo Stefano, mentre le altre due, quasi completamente nascoste, indossano il saio dell'ordine francescano e presentano ferite in testa, ad evidente testimonianza di martirio. Per queste ultime, accomunate dal capo sanguinante ad altre due sul lato opposto dell'emiciclo, è chiaro il riferimento ai protomartiri francescani Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto trucidati in Marocco nel 1216 e canonizzati da Sisto IV nel 1481, poco prima cioè della pala di Narni.
A sinistra di San Francesco, simmetrico a Sant'Agostino, s'intravede San Bernardino da Siena. La giovinetta con l'abito francescano, appuntato sul petto con un pezzetto di legno, è invece Elisabetta d'Ungheria. Più arduo è identificare il personaggio con abito nero e cappuccio insanguinato tirato sul capo. Dovrebbe invece trattarsi di San Berardo la cui presenza richiama il nome del cardinale Berardo Eroli, committente dell'opera.
All'estremità dell'emiciclo sinistro scorgiamo Tommaso d’Aquino, nell’ abito bianco e nero dell’ordine domenicano, e una fisionomia giovanile, di cui s'intravede la veste rossa, con ogni probabilità Giovanni Evangelista tipologicamente affine alla figura dipinta nello scomparto centrale della predella.
Suddivisa in tre scomparti, la predella raffigura temi strettamente collegati al contesto a cui la pala era destinata. In particolare, quello di sinistra, le Stimmate di San Francesco, si riferisce chiaramente all'ordine francescano, mentre quello di destra, San Girolamo nel deserto, al santo a cui era dedicata la chiesa che conservava la pala. Entrambi sono stati concordemente attribuiti dalla critica a Bartolomeo di Giovanni, uno specialista in immagini di piccole dimensioni. Al centro troviamo, invece, un' Imago Pietatis, cioè Cristo nel sepolcro tra la Vergine e san Giovanni Evangelista, evidente rimando al tema ispiratore dell’intera opera, vale a dire all'Incoronazione della Vergine. Questo pannello centrale sembra sia dovuto ad un'altra mano, forse a quella di David Ghirlandaio. L'officina dei Ghirlandaio, già attiva dagli anni settanta del Quattrocento, fu, come si sa, un'impresa di famiglia e le fonti ricordano l’apporto dei tre fratelli dell’artista, Benedetto, David e Giovan Battista.
Artista finissimo e straordinario ritrattista, il Ghirlandaio fu, in un certo senso, “occhio del suo tempo”, amante del dettaglio, quasi maniacale nell´esecuzione. Colma di raffinati passaggi, di squisitezze formali, di visi intercalati da folgoranti ritratti, la pala di Narni è
testimonianza eccellente di coerenza priva di clamorose cadute, divenendo vivida espressione del Rinascimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Domenico Bigordi detto Il Ghirlandaio, Incoronazione della Vergine (1486)
Domenico Bigordi detto Il Ghirlandaio, Incoronazione della Vergine (1486)
 
Cristo incorona la Vergine
Cristo incorona la Vergine
 
Angeli musicanti
Angeli musicanti
 
Angeli con la lira da braccio e il liuto pizzicato
Angeli con la lira da braccio e il liuto pizzicato
 
San Francesco attorniato da ventidue santi
San Francesco attorniato da ventidue santi
 
Predella, Stimmate di San Francesco
Predella, Stimmate di San Francesco
 
Predella, San Girolamo nel deserto
Predella, San Girolamo nel deserto
 
Predella, Imago Pietatis
Predella, Imago Pietatis