Museo d'arte moderna e contemporanea Aurelio De Felice

Il Museo d’arte moderna e contemporanea “Aurelio De Felice”, allestito all’interno di Caos, nasce dall’unificazione delle donazioni fatte a più riprese da Aurelio De Felice al Comune e alla Provincia di Terni (complessivamente circa 800 opere).
Aurelio De Felice nasce a Torre Orsina, in Valnerina, il 29 ottobre 1915, secondo di quattro figli. Sensibile e introverso dimostra subito scuola una particolare attitudine per il disegno. Studia a Terni, dove frequenta quella che veniva chiamata la “sezione artistica” dell’istituto industriale del tempo. Lavora la creta, il legno, studia la storia dell’arte. Terminati i corsi, il padre Antonio, operaio e piccolo proprietario terriero, gli trova un’occupazione in fabbrica per aiutare, in tal modo, economicamente la famiglia. Aurelio ha, però, l’arte nel cuore e sente che il suo destino deve compiersi altrove. Resiste per tre mesi, poi, ribelle, agli inizi degli anni Trenta se ne fugge a Roma, dove, per tirare avanti, alterna lo studio ai mestieri più umili. La capitale rappresenta, dunque, per lui una scommessa di vita e una ribellione alle scelte che in famiglia avrebbero voluto imporgli.
E’ il periodo della Scuola romana di Scipione, Mafai, Antonietta Raphäel, Mirko, Pericle Fazzini. Si tratta di una corrente che, in nome di un antinaturalismo di fondo, persegue la ricerca di una realtà incantata e al tempo stesso terrena, sanguigna, con soluzioni coloristiche intrise di sensitività e passionalità e toni provocatori, talora gridati (come nel caso di Scipione), volti a potenziare la forma.
Diviene presto l’enfant prodige della Scuola romana.
All’Accademia di Belle Arti (da cui viene espulso per un anno per avere sostenuto, in una tesina, la necessità di chiudere tutte le accademie o almeno di riformarle radicalmente), fa amicizia con Pericle Fazzini e ne frequenta il laboratorio dove conosce Guttuso, Guzzi, Montanarini, Tamburi, i poeti Ungaretti e Libero De Libero.
Al 1937 risalgono le prime opere in legno come Silvia e Giovane santa, al 1938 Il giovane innamorato. Del 1940 è, invece, Adolescente con ocarina che gli vale l’apprezzamento e la stima di Vincenzo Cardarelli.
Divenuto, intanto, professore, allestisce diverse personali, tra cui una alla “Galleria di Roma” presentata da Renato Guttuso. Nel 1946 varca per la prima volta la frontiera per esporre in Svizzera e, poi, in Germania. Nel 1950 è in Francia, a Parigi, dove, insieme a Gino Severini, fonda la “Scuola d’arte italiana di mosaico ravennate e ceramiche di Faenza”. A contatto con Picasso, Lèger, Cocteau, Van Dongen, Zadkine, Tobey, Brancusi, avverte una spiccata inclinazione europea. Nel 1960 è a Lione e nuovamente in Germania. L’anno seguente torna in Umbria per fondare l’Istituto statale d’arte di Terni. Nel 1967 è addetto culturale all’Istituto italiano di Amburgo. Successivamente sarà a Zurigo, al Centro studi italiani. Sue mostre si tengono ormai nelle principali città europee, e non solo. Nel 1977 viene invitato dal Museo d’arte moderna di Tokyo per una conferenza sul padre dei naïfs italiani, Orneore Metelli, da lui scoperto nel 1936, grazie al pittore ternano Ugo Castellani.
Nel 1982 mentre si reca nel suo studio romano, in via Masolino da Panicale, nella zona di Trastevere, viene investito da un’auto in transito riportando gravi lesioni alle gambe. L’incidente accentua la propria natura malinconica e anticonformista. All’apice del successo, si ritira in volontario esilio tra le mura della casa di Torre Orsina, dove morirà il 14 giugno 1996. Nel dicembre 1991 aveva ricevuto dalla Presidenza della Repubblica un’importante onorificenza per i meriti artistici e nel febbraio 1993 la sua opera in bronzo Maternità era stata collocata nel parco di Nunobiki, in una splendida altura dominante la città giapponese di Kobe.
De Felice fa sul serio e non si è contentato del successo che una statua aveva ottenuto (…) egli vuol esser se stesso a costo di rinunciare a quel che aveva già conquistato. E mi pare che siamo sul piano di una “chiarezza morale” che può far torcere il muso solo alla gente di “mala intenzione”.

Renato Guttuso, “Primato, lettere e arti d’Italia”, anno I, n. 20, XVIII, 15 dicembre 1940, p. 19, ora in Renato Guttuso, “Il primato della pittura”, Edimond, Città di Castello, 1998, p. 74

Un lirismo romantico che pure ha il suo vigore nella soavità delle masse morbide, svelate al bagno diffuso della luce, perché parte da una emozione concreta, da un esame attento e sorvegliato ma non scaltrito, come notò Guttuso, del reale.

Fortunato Bellonzi, “Aurelio De Felice” in “Cammini dell’arte”, Danesi, Roma, 1946, pp. 83-85

Il suo segno – e a me pare più esplicitamente nei disegni – supera il limite delle forme tenute finora per le sole vere, si avventura liberamente tra forma e forma, in quello spazio che prima era chiamato vuoto, e creduto vuoto. Questa la legittima ragione di quel “deformismo” che guida la mano di De Felice – di ogni artista intelligente della intelligenza di oggi, vivo della vita di oggi. La linea che De Felice traccia, non prigioniera di limiti ideali e di chiuse preconcette, tiene liberamente dietro gli aspetti infiniti della infinita realtà.

Alberto Savinio, “De Felice scultore”, Danesi, Roma, 1948

Aurelio De Felice cerca quella bellezza essenziale che sgorga a contatto fra l’uomo e la materia. Egli rinuncia sia alla modellatura sia al modellato vaporoso. (…) I suoi gruppi trattati come statue-menhirs, sono sottomessi a una legge del quadro presente anche se invisibile. Sono dei monoliti, nei quali nessun elemento estraneo riesce a distruggere l’interiore unità, la grave armonia e l’ordine monumentale. (…) De Felice tende la mano ai primitivi perché la sua opera scultorea è essa stessa un’opera vergine e perché essa stessa costituisce un punto di partenza.

Waldemar George, prefazione all’edizione francese di “33 disegni di Aurelio De Felice”, Edizioni Mediterranee, Roma, 1958

L’apporto peculiare di De Felice alla “Scuola romana” e alla scultura italiana del decennio 1935-’45 consiste, a mio parere, soprattutto nella particolarissima declinazione malinconica, elegiaca, sognante che egli imprime agli stilemi neoumanisti e arcaicisti che sono comuni a quasi tutti i giovani scultori dell’epoca.

Cesare Vivaldi, “Aurelio De Felice”, Editrice del Carretto, Roma 1979



Quando espone di nuovo, nel 1954, la sua scultura ha mutato fisionomia stilistica, in essa appaiono suggestioni gotiche e cubiste, tuttavia uguale è rimasto il suo fondo poetico, solo forse più rafforzato in senso drammatico.


Mario De Micheli, “La scultura italiana del Novecento”, Utet, Torino, 1981, p. 141



…io ho sempre considerato la Sua opera come uno degli aspetti più significativi e più pregevoli della scultura italiana del nostro secolo.

Federico Zeri, lettera ad Aurelio De Felice, 10 marzo 1988

 



A.De Felice
 
A.De Felice, Ragazzo innamorato, legno, 1938
A.De Felice, Ragazzo innamorato, legno, 1938
 
Aurelio De Felice (1915 - 1996)
Aurelio De Felice (1915 - 1996)